SE

SE mai:  hai  preso la scossa elettrica,  ti sei escoriato o rotto un arto, hai subìto operazioni chirurgiche -estrazioni dentarie-caduta di capelli- dialisi ecc.ecc.

SE mai: hai patito depressione, ansie o altri disturbi psichici o effetti di droghe

SE mai: hai subìto atti violenti, discriminatori, condizionanti, minatori, di bullismo o stalking

SE mai: hai assistito  a sofferenze o a perdite di persone care

SE mai: hai subìto umiliazioni o accuse infamanti

SE mai: hai avuto a che fare sine culpa con malfattori, affaristi senza scrupoli e co.

SE mai: hai preso contezza delle infinite bassezze umane

SE mai hai dovuto chiedere aiuto

Allora sappi che intelligenza, cultura e sensibilità non sono il tester universale per  consentirti di misurare il problema di chi ha già provato e… dovranno inchinarsi all’esperienza.

SE mai: hai regalato un fiore, hai pianto di gioia, ti sei battuto per un ideale, hai salvato qualcuno

Allora sappi che intelligenza, cultura e sensibilità ti aiuteranno a farlo e l’esperienza attenderà.

 

SESSO

sesso: sesso in varie posizioni

sesso

Flickr

 In linea generale il sesso piace a tutti. Piace agli etero, agli omosessuali, ai deviati, piace a tutte le età, nei limiti imposti dal naturale sviluppo biologico, dai livelli ormonali e dal decadimento fisico o psichico. Sempre nel rispetto del proprio egoismo ognuno lo vive  a proprio modo; non esistono regole uguali per tutti, ciò che piace a qualcuno può non piacere ad altri; ciò che è possibile per qualcuno appare impossibile per altri ed è da presuntuosi criticare chi la pensa diversamente. Le variabili in gioco sono numerose. Solo per citarne alcune: le condizioni ambientali giovanili, le preferenze individuali, la situazione ormonale, le dimensioni degli organi, le esperienze vissute, gli incidenti ecc. A proposito di incidenti alleggerisco il tema ricordando una storiella.

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SOFFERENZA

sofferenza: cane bulldog francese con mal di testa e mal di testa con il sacchetto di ghiaccio o impacco di ghiaccio sulla testa occhi chiusi sofferenza isolato su sfondo bianco

“Sto bene, ma proprio bene! Sento splendere il sole dentro di me!” Succede di rado ma, proprio per questo, ogni volta che si ha tale consapevolezza ci si sente forti come leoni, capaci di spaccare tutto, di non fermarci davanti a nulla, di poter conquistare il mondo, capaci di fare qualsiasi cosa, anche cose non “intonate” alla propria età. Quando ci sentiamo così non ci serve nient’altro, ci sentiamo al top, ci sentiamo fortunati e non capiamo perché attorno a noi ci sia gente che si incavoli, che sia triste o troppo presa dai propri pensieri o problemi più o meno reali. Ciò che è un problema per gli altri non lo è per noi. Siamo proprio fortunati!

Ma a cosa è dovuto tutto ciò? Perché non accusiamo né disturbi né dolori fisici o psichici! La risposta più esaustiva al perché del nostro star bene va ricercata riflettendo su cosa fa star bene l’individuo.

Per la quasi totalità della gente la risposta è una sola: il denaro. Con il denaro ci si può fare tutto; sempre in accordo con le personali diversità derivanti da caratteri, temperamenti, sensibilità, esperienze vissute, intelligenze. Per cui le varianti sono la salute, la felicità, i figli, l’amore, l’amicizia, la religione, il potere, la bellezza, la forza fisica, la notorietà ecc. La risposta più corretta forse è ancora più banale e semplice: Quanto più si soffre tanto più si apprezza la vita.

Chi ha perso un genitore o un figlio spesso è prigioniero di rimpianti o rimorsi, per ciò che avrebbe dovuto fare ma non ha fatto o per ciò che ha fatto ma non avrebbe dovuto fare.

Chi ha perso per sempre tutti i propri beni e deve necessariamente rimboccarsi le maniche per consentire la sopravvivenza propria e del proprio nucleo familiare.

Chi è stato sul punto di morire a causa di grave malattia e poi si ritrova graziato.

Quando tutto ciò sarà solo un ricordo la vita apparirà in discesa.

E, dall’alto della nostra “superiorità” ci possiamo consentire di sorridere, di comprendere, di confortare chi si lamenta per motivi che ci appariranno ridicoli. Chi è in crisi di astinenza di nicotina, alcol o altro; chi è ricco e bello ma non ha amore, amici ed, esaurito il tempo quotidiano dedicato all’aggiornamento della propria situazione finanziaria e successivo compiacimento, non sa cosa altro fare; chi ha l’amore, gli amici, ma non si ritrova un soldo in tasca e via dicendo.

Il merito di tutto? Sempre il suo: l’egoismo.

 

 

TEMPO

tempo

Non si intende dissertare sul tempo né dal punto di vista atmosferico né da quello della fisica, ma piuttosto sulla percezione che ognuno di noi ha di esso. Infatti, nonostante il tempo sia un elemento assoluto, nel senso di accomunare tutti, fusi orari permettendo, e perpetuo, è palese che abbia un valore relativo per ciascuno. Come per la vita, così come per la pace, la salute, il rispetto ed altri concetti che dovrebbero essere univoci, vige la regola del “chi la vuole cotta e chi cruda”: non esiste unanimità. I giovani spasimano per anticiparlo, gli anziani per ritardarlo, gli amanti per anticipare o prolungare l’incontro, i sofferenti per ritardare o ridurre la causa, lo vorremmo stoppare negli attimi di gioia e godimento, pagheremmo pur di saltare un periodo doloroso, non mi stupirei che, potendolo fare, veri ricchi molto avanti negli anni pagherebbero cifre indicibili per ogni giorno in più di vita. Infatti anche il tempo, come altri concetti, è spesso subordinato all’età. Cerco di spiegare. Un giovane di 20 anni può fare tanti progetti anche a lungo termine, realizzarne alcuni, rimandarne altri, si diverte, viaggia, cambia più residenze, più lavori, più partners, insomma non pensa mai all’avanzare del tempo né tantomeno alla morte. Un anziano di 70 anni svolge naturalmente meno attività, non ha eguale energia, è raro che si trasferisca o cambi partner, tuttavia, pur pensando che prima o poi verrà la sua ora e quindi programmi per il suo post mortem, spesso fa a gara con se stesso per sfruttare al massimo il tempo residuo: il tempo per lui può assumere un valore, un peso superiore a quello del giovane. In prima battuta penseremmo di escludere dal discorso tutti coloro che vivono la terza età abitudinariamente impegnati anima  e corpo a chiacchierare con gli amici al bar criticando  su politica e sport o chi è solito giocare full time ai soli fini di lucro, e considerare unicamente chi è impegnato a fare il nonno attivamente e responsabilmente, chi è volto ad aiutare in ogni forma figli e nipoti, chi si sente in grado di produrre, di esprimersi ed ha energia e voglia di vivere. Non è così: ogni anno, ogni mese, ogni giorno si impreziosiscono sempre per chiunque! Certamente chi più è impegnato nel suo operare quotidiano ed ha in programma ancora tanto da realizzare (come se la fine non dovesse mai giungere), si sente maggiormente mancare il terreno sotto i piedi e gioco forza percepisce al massimo la preziosità dell’attimo.  Per questi ultimi, se volessi quantificarlo (tanto per rimanere fedele all’attrazione dei numeri), direi che il TV(time value) è tanto più alto quanto minore è il tempo residuo teorico di vita: al 70enne mancano 15 anni per raggiungere gli 85 anni di aspettativa di vita media, al 20enne 65 anni; il rapporto 65/15=4,33 indica che per l’anziano un’ora spesa dal giovane è percepita come più di quattro ore vissuta da lui! La formuletta TV= (85-E1)/(85-E2) dove E1 ed E2 sono le età è esplicativa anche per far capire al giovane l’importanza del tempo per l’anziano. Che poi al giovane tutto quanto detto poco importi e che, al contrario, travisando il concetto, ritenga più logico ribaltare la formula attribuendo un merito quadruplicato al suo diritto alla vita (avendo già l’anziano vissuto abbondantemente la sua!) sarà colpa dell’egoismo? Ove fosse possibile parlare di merito e non di diritto alla vita, che è naturalmente uguale per tutti, una formula surreale dovrebbe tenere conto di parametri che contemplassero la voglia di vivere, lo stato di salute, l’utilità. Il primo in funzione dell’espresso desiderio della persona di desiderare vivere comunque o meno; il secondo che fotografasse lo status di salute del nostro, il suo grado di dipendenza dalle istituzioni e dai familiari; il terzo che evidenziasse il livello di utilità, non esclusivamente economica, verso la famiglia e verso la società e prevedendo penalizzazioni per il suo opposto, es. per chi si macchia di delitti. Volutamente non viene esposta alcuna formula, così evitiamo di suscitare turbamenti a pseudo religiosi ed a politicamente corretti e simili.

AFORISMA

Da giovani due sono le cose che non si capiscono: il tempo e le donne. Per fortuna che con l’esperienza si riesce a capire il tempo

Ogni collegamento all’egoismo è superfluo.

UGUAGLIANZA

UGUAGLIANZA

I predicatori dell’uguaglianza, del buonismo e dell’accoglienza a 360° sono quanto e più egoisti dei realisti.

Tra questi rientra:

  • Chi è meno uguale degli altri ed ha quindi tutto da guadagnare a diventare più uguale
  • Chi è così meno uguale degli altri da potersi permettere di accettare l’imposizione
  • Chi non capisce o finge di non sapere che l’uguaglianza negli umani è solo folle utopia, ma in compenso, se la fissazione lo ottenebra, può trovarla nelle macchine
  • Chi soffre a vedere soffrire gli altri e chi non sopporta di essere invidiato
  • Chi finge solo di combattere le inuguaglianze e lo sbandiera per motivi esclusivamente utilitaristici, per incantare le proprie folle come politici e religiosi di professione sanno fare.

Tutti ridicoli  e spesso anche pericolosi.

Tutti assieme appassionatamente e tutti concordi su un’unica condizione: che, se per caso il conseguimento dell’uguaglianza e del buonismo avesse un costo, questo andrebbe ovviamente a carico degli altri.

In realtà il vero egualitarista  gode già solo ad esserlo, ma soprattutto  a farlo, in prima persona, a proprio carico e senza pubblicità. E’ egoista anche lui! Ma buono.

Chi non rispetta questa semplice regola è un falso, un maestro di retorica o un idealista.

Così come negli Stati non autoritari non  esistono (o non dovrebbero esistere) imposizioni di ideali, ma norme sul vivere civile, così come nelle religioni che non si prestano ad estremismi non esistono (o non dovrebbero esistere) obblighi sul cosa fare, ma al massimo su cosa non fare, così non può esserci una piccola e temporanea meteora  di politico o religioso che impone, a suo uso e consumo ed a spese della comunità, il buonismo ad ogni costo; può solo esigere la non reità.

Ad onor del vero in aiuto dei nostri politici accorre la nostra Costituzione (cui loro attingono con piacere), la quale sancisce l’obbligo della solidarietà, di cui su quella tributaria se ne fa cenno all’articolo POLITICA del presente testo. Sull’argomento ho tratto un sunto che riporto: Dato il suo carattere pervasivo, il principio di solidarietà non si esaurisce nelle sole previsioni costituzionali relative ai doveri inderogabili ma in una serie aperta di istituti giuridici . Un’autorevole dottrina ha distinto tra una solidarietà «doverosa» (o «fraterna») e una «pubblica» (o «paternalista»). La prima opererebbe su un piano orizzontale e si tradurrebbe in «un moto doveroso e cooperante da parte dei cittadini nell’adempimento delle loro varie solidarietà. La solidarietà pubblica o paternalistica, invece, opererebbe nell’ambito del rapporto tra Stato e cittadini e imporrebbe l’attuazione del principio di eguaglianza sostanziale . Prendendo in considerazione entrambe le prospettive, pertanto, doveri inderogabili, diritti sociali, interventi volti a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana costituiscono tutte forme di espressione del medesimo principio solidarista.

Da quanto letto si desume che gli ideatori della Costituzione abbiano proprio voluto rendere doverosa la solidarietà per il perseguimento di un nobilissimo fine che è intuibile. Osservo qui, così come considerato in merito alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che dalla approvazione di entrambi i superiori provvedimenti, naturale conseguenza delle ultime guerre, sono trascorsi quasi settanta anni e parrebbe opportuno, se non indispensabile, apporre alle norme citate degli adeguati aggiornamenti. Una seconda osservazione è che  l’interpretazione che ne danno i politici è eufemisticamente definibile allegra e originale: tutte le volte che gli stessi intravedono uscite, non previste nei bilanci statali (ma previste dagli Stati seri, compreso le spese dovute agli eventi naturali ad esempio) queste vengono automaticamente caricate su chi è già abbondantemente massacrato dalle tasse.

Cioè lo Stato pretende il rispetto della Costituzione quando si tratta di doveri dei cittadini, ma lo dimentica  quando si tratta di diritti dei cittadini. La Carta all’art.4 sancisce il diritto al lavoro di ogni cittadino, con ciò intendendo non già l’obbligo dello Stato di assegnare un lavoro pubblico a ciascun suo cittadino, cosa pensabile solo in uno stato comunista, ma certamente il suo superiore intervento al fine di rimuovere gli ostacoli e promuovere le condizioni che consentano a chiunque di poter entrare nel mercato del lavoro. Lo Stato, come è noto invece, nel campo delle agevolazioni alle nuove iniziative continua a brillare per l’assenza , mentre con la sua fame impositiva fa di tutto per intralciare l’eccellente imprenditoria privata nazionale. Però la solidarietà la pretende! Così come la facoltà di mantenere in eterno spese ingentissime per mantenere il proprio apparato burocratico e non! La conseguenza inevitabile è che qualsiasi spesa, vecchia e nuova, va a ricadere sui soliti noti.

Ancora una volta è bene evidenziare che il buonismo, inteso come sentimento di bontà, così come ogni altro sentimento come l’amore, l’amicizia ecc. e non solo, non possono essere obbligati, perché i sentimenti (provenienza del termine da “sentire”) sono assolutamente naturali e quindi è utopistico imporli. L’imposizione politica dell’accoglienza, in quanto sentimento, non ha quindi senso, anzi rappresenta una vergogna. Ma non per lo Stato o, per essere più esatti, per quei politici che governano! E una spiegazione c’è, e ci sarà sempre tutte le volte che  c’è di mezzo lui: il dio denaro (degli altri) estorto facendo leva sui sentimenti del buonismo, dell’accoglienza, dell’uguaglianza, così edulcorando il furto. Il governicchio di turno imporrebbe anche altri sentimenti se solo  potesse lucrarci a qualsiasi livello!

Dopo avere palesemente dimostrato di non possedere medesimi ideali e nobiltà dei nostri padri costituenti, ribadisco di essere anzi decisamente convinto ed orgoglioso del mio pragmatismo, che mi regala la ragione tutte le volte (tante) che la pratica si scontra con la teoria. Gli esempi più eclatanti è facile rinvenirli nelle leggi, scritte a tavolino, o figlie di isterie emozionali temporanee o frutto di esasperanti ed indecorosi compromessi tra diversi gruppi politici o tra i medesimi colleghi dell’esecutivo, con la conseguenza di dare spesso adito a  sentenze di giudici tanto fantasiose quanto  inique.